Tre luoghi molto lontani tra loro. Tre modi diversi di confrontarsi con trasformazioni che attraversano i territori di montagna: la crescita, la ricucitura urbana, l’adattamento alle risorse disponibili. Non modelli da replicare, ma casi da mettere in relazione.
Guardare altrove
Guardare altrove non significa cercare qualcuno che abbia già trovato la soluzione.
Significa cambiare punto di osservazione.
San Martín de los Andes, Guápulo e Leh sono luoghi lontani per geografia, dimensione e contesto. Eppure pongono questioni che possono dialogare tra loro: come cresce un territorio attrattivo senza consumare ciò che lo rende tale? Come si trasforma una parte di città lavorando su ciò che esiste già? Come si progetta quando una risorsa essenziale impone un limite?
Sono tre storie diverse. E proprio per questo vale la pena metterle una accanto all’altra.
Altrove parte da qui: dai fatti, dal loro contesto e dalle relazioni che possiamo costruire tra esperienze differenti. Non per cercare modelli da replicare. Per fare domande migliori.
01 / SAN MARTÍN DE LOS ANDES
CRESCERE

San Martín de los Andes si trova nella Patagonia argentina, nella provincia di Neuquén. È una città di montagna immersa in un sistema paesaggistico di grande valore, tra il lago Lácar, foreste native e il Parco Nazionale Lanín.
È anche un territorio attrattivo.
Ed è proprio questa attrattività a produrre una delle sue tensioni principali.
La crescita demografica e residenziale, insieme alla pressione generata dal turismo, aumenta la domanda di suolo, abitazioni, servizi e infrastrutture. La questione non riguarda soltanto quanto la città crescerà, ma soprattutto dove e come potrà farlo.
Nel percorso per il nuovo Plan de Ordenamiento Territorial al 2040, la città sta mettendo in discussione contemporaneamente densità urbana, accesso alla casa, servizi, mobilità, corsi d’acqua, bosco nativo e individuazione delle aree da preservare dall’urbanizzazione.
Tra le proiezioni discusse compare la necessità di circa 19.000 nuove abitazioni entro il 2040. Un numero che, da solo, racconta soltanto una parte della questione. La parte più interessante comincia quando quella domanda abitativa viene sovrapposta alla geografia concreta del territorio.
San Martín non dispone di uno spazio astratto sul quale espandersi.
La città è inserita in un ambiente montano nel quale pendii, boschi, acqua, rischio incendi, qualità del paesaggio e capacità delle infrastrutture diventano condizioni reali della crescita.
Per questo il processo di pianificazione non sembra porre soltanto la domanda “dove costruire?”, ma ne introduce un’altra, più complessa:
quali parti del territorio devono continuare a non essere costruite?
È una differenza importante.
Crescere non significa necessariamente occupare progressivamente nuovo spazio. Può significare aumentare la densità in alcune parti della città, proteggere altre aree, verificare la capacità dei servizi e discutere collettivamente quali trasformazioni siano compatibili con il territorio.
Anche il Parque Lineal Pocahullo aiuta a leggere questa impostazione: nel 2026 entra nel sistema degli spazi verdi urbani della città e mette in relazione il corso d’acqua con usi pubblici e connessioni urbane.
L’elemento naturale non viene trattato soltanto come fondale della città, ma entra nella struttura dello spazio urbano.
La questione, allora, non è opporre crescita e conservazione come se fossero due alternative assolute.
È capire quali forme di crescita permettano a un territorio di continuare a funzionare come territorio di montagna.

La domanda che resta
Quando l’attrattività di un luogo diventa pressione, dove passa il confine tra crescere e consumare le condizioni che hanno prodotto quella stessa attrattività?
02 / GUÁPULO
RICUCIRE

Guápulo non è un quartiere qualsiasi di Quito.
È un antico insediamento indigeno diventato nel tempo parte della città, oggi abitato da una comunità eterogenea di artisti, studenti e migranti. Si trova su un versante ripido, nel settore storico e patrimoniale della capitale ecuadoriana, proprio dove il tessuto costruito incontra aree naturali protette.
Una condizione geografica che non è uno sfondo.
Quito si sviluppa a circa 2.800 metri di quota, in un territorio attraversato da pendii e quebradas e sottoposto a rischi che vanno dalle frane agli incendi. La progressiva espansione urbana ha raggiunto in alcuni casi anche aree vulnerabili, mentre la città prova contemporaneamente a ridurre le emissioni e ad aumentare la propria resilienza climatica.
Dentro questa scala metropolitana, il caso che ci interessa è minuscolo.
Si chiama Pasaje Eduardo de Mena.
Ci vivono 25 famiglie. Da un lato c’è un campo da pallavolo utilizzato come spazio pubblico del quartiere; dall’altro un sentiero conduce verso un bosco di specie native.
È qui che nel 2022 prende forma El CEES deja Huella, un progetto promosso dal Consejo Ecuatoriano de Edificación Sustentable e sviluppato, dopo un concorso, dalla società di architettura Rama Estudio.
L’obiettivo iniziale era ambizioso: sperimentare a scala di quartiere strategie capaci di combinare basse emissioni, sostenibilità e qualità della vita.
Ma è la scala scelta a rendere interessante l’esperimento.
Non una nuova espansione urbana.
Non un grande edificio sostenibile.
Un pezzo di città già abitato.
Cinque interventi, un solo quartiere
Il progetto individua cinque campi di azione: efficienza energetica · acqua e risanamento · comfort termico · circolarità · gestione dei rifiuti.
Dietro queste cinque categorie ci sono interventi molto concreti.
Pannelli solari e illuminazione LED. Raccolta dell’acqua piovana e biofiltri. 200 m² di tetti verdi. Un orto comunitario di 100 m². Compostiere e raccolta differenziata. Una lunga aiuola, una pergola, il recupero del campo da pallavolo, murales e facciate ridipinte attraverso una minga, una giornata di lavoro collettivo della comunità.
Presi separatamente, non sono interventi spettacolari.
Ed è forse proprio questo il punto.
Il progetto non concentra la trasformazione in un’unica grande opera: distribuisce piccoli cambiamenti dentro la vita quotidiana del quartiere.
Anche l’acqua mette bene in evidenza questa logica. Le abitazioni dotate di tetto verde raccolgono l’acqua piovana per irrigare l’aiuola che attraversa il passaggio; piccoli sistemi con biofiltri trattano invece acqua riutilizzabile nei servizi pubblici del campo da pallavolo.
L’infrastruttura ambientale e lo spazio pubblico cominciano così a sovrapporsi.
Progettare con chi abita
C’è poi una seconda dimensione, meno immediatamente fotografabile.
Il progetto è stato costruito attraverso processi partecipativi con gli abitanti. Workshop e momenti di confronto hanno riguardato tutti e cinque gli ambiti; su circolarità e rifiuti, alcune delle soluzioni sono state direttamente selezionate dalla comunità.
Non è un dettaglio metodologico.
Perché se l’intervento riguarda un luogo già abitato, chi lo abita non è semplicemente il destinatario del progetto: diventa parte del processo che lo definisce e, successivamente, lo mantiene.
Le opere, concluse nel febbraio 2023 con un investimento di circa 90.000 dollari, hanno coinvolto e beneficiato direttamente 120 residenti. Una seconda fase è stata poi ipotizzata per affrontare problemi a scala maggiore.
E qui serve una distinzione.
L’esperimento nacque esplicitamente anche con l’idea di poter diventare un riferimento replicabile in altre parti di Quito.
Altrove, però, non guarda Guápulo per proporre di copiarlo.
Ci interessa un’altra cosa.
Ci interessa osservare cosa accade quando la sostenibilità smette di coincidere soltanto con il nuovo edificio performante e viene portata dentro un quartiere esistente, mettendo insieme acqua, energia, rifiuti, spazio pubblico e relazioni sociali.
In questo senso, ricucire non significa semplicemente riqualificare.
Significa riconoscere che ciò che esiste — edifici, percorsi, comunità, risorse, persino problemi — può diventare il materiale da cui comincia il progetto.
La domanda che resta
Quanto può cambiare un pezzo di città quando il progetto parte da ciò che esiste invece che dalla sua sostituzione?
03 / LEH
ADATTARSI

A Leh l’acqua racconta il territorio prima ancora della città.
Siamo nel Ladakh, sull’altopiano himalayano indiano, in un ambiente freddo e desertico dove le precipitazioni sono scarse e l’agricoltura dipende storicamente dall’acqua proveniente dallo scioglimento di neve e ghiacciai.
Qui l’acqua non è soltanto una risorsa.
È una misura del tempo.
Arriva seguendo stagioni, temperature, neve accumulata in quota e velocità dello scioglimento. Per secoli, insediamenti e coltivazioni hanno costruito intorno a questa disponibilità un sistema di canali, piccoli bacini e regole comunitarie di distribuzione.
Ma quando cambiano il clima e la città, cambia anche quell’equilibrio.
Leh è cresciuta rapidamente. Turismo, aumento della popolazione, nuove costruzioni e trasformazione degli stili di vita hanno aumentato la domanda d’acqua proprio mentre il cambiamento climatico rende più instabili le condizioni da cui dipende la sua disponibilità.
Il problema, quindi, non è semplicemente avere meno acqua.
È che domanda e disponibilità rischiano sempre più spesso di non incontrarsi nello stesso momento.
Quando l’acqua arriva troppo tardi
In primavera gli agricoltori hanno bisogno d’acqua per preparare i campi e avviare le coltivazioni.
Ma in alta quota le temperature possono essere ancora troppo basse perché neve e ghiaccio fondano in quantità sufficiente.
L’acqua esiste.
Semplicemente, non è ancora disponibile dove e quando serve.
È dentro questa discrepanza apparentemente elementare che nasce una delle sperimentazioni più conosciute del Ladakh: gli ice stupa.
L’idea sviluppata dall’ingegnere Sonam Wangchuk sfrutta gravità e temperature invernali per portare acqua attraverso tubazioni e farla congelare formando strutture coniche di ghiaccio. La geometria riduce la superficie esposta al sole rispetto al volume accumulato e permette al ghiaccio di sciogliersi più lentamente durante la primavera.
Non crea nuova acqua.
La conserva nel tempo.
Ed è questa differenza a rendere l’esperimento interessante per Altrove.
L’innovazione non prova a eliminare il limite climatico del territorio. Lavora dentro quel limite, modificando il momento nel quale una risorsa già disponibile può essere utilizzata.
Ma fermarsi agli ice stupa significherebbe raccontare Leh attraverso l’immagine più spettacolare.
E perdere una parte importante della storia.
L’acqua sotto la città
A Gompa, nell’area urbana di Leh, il problema assume una forma completamente diversa.
Qui esisteva una sorgente tradizionale alimentata dalle acque sotterranee, conosciuta localmente come T-Trench. Con il tempo il sistema era stato degradato e in parte abbandonato, mentre la città ricorreva sempre più intensamente all’estrazione di acqua dal sottosuolo.
Nel 2026 il sistema è stato recuperato attraverso un intervento di ringiovanimento della sorgente e dell’area circostante.
Secondo l’amministrazione del Ladakh, la capacità del corpo idrico è passata da circa 300.000 a 500.000 litri al giorno, con benefici per quasi 2.000 residenti.
Non siamo davanti a un’icona tecnologica.
Siamo davanti al recupero di un’infrastruttura idrica esistente.
Ed è proprio il confronto tra queste due risposte — una sperimentale, l’altra radicata in un sistema tradizionale — a rendere Leh particolarmente interessante.
Da una parte si prova a trattenere l’acqua in forma di ghiaccio per renderla disponibile più avanti nel tempo.
Dall’altra si recupera una sorgente per ridurre la pressione sull’acqua sotterranea e riportare una risorsa dentro il metabolismo quotidiano della città.
Tecnologie diverse. Scale diverse. Tempi diversi.
La stessa condizione di partenza: l’acqua non è infinita.
Il limite come materiale di progetto
È facile raccontare territori estremi attraverso la retorica della resilienza: comunità capaci di sopravvivere nonostante condizioni difficili.
Ma forse Leh suggerisce qualcosa di più interessante.
Qui il limite non arriva alla fine del progetto, come vincolo da correggere dopo avere deciso cosa fare.
Arriva all’inizio.
Quanta acqua c’è?
Quando è disponibile?
Dove può essere conservata?
Quanto può essere estratto dal sottosuolo?
Quale infrastruttura esistente può essere recuperata?
Sono domande che precedono la soluzione.
E cambiano il significato stesso di adattarsi.
Adattarsi non significa rassegnarsi alla scarsità. Né significa necessariamente costruire infrastrutture sempre più grandi per neutralizzarla.
Può significare progettare tempi, usi e trasformazioni compatibili con la disponibilità reale di una risorsa.
Per questo Leh non ci interessa come racconto di una tecnologia ingegnosa nata sull’Himalaya.
Ci interessa perché rende estremamente visibile una domanda che altrove può essere più facile ignorare:
che cosa succede quando un territorio smette di essere considerato uno spazio neutro sul quale proiettare qualsiasi domanda e torna a essere una condizione concreta del progetto?
La domanda che resta
Che cosa cambia nel modo di progettare un territorio quando il limite non è qualcosa da eliminare, ma una delle condizioni da cui partire?
TRE LUOGHI, UNA RELAZIONE
A questo punto potremmo fermarci.
San Martín de los Andes, Guápulo e Leh hanno ciascuno una storia sufficientemente interessante da essere raccontata da sola.
Ma Altrove comincia davvero quando smettiamo di guardarli separatamente.
Perché tra Patagonia, Ande e Himalaya non c’è un modello comune. Non ci sono la stessa scala urbana, le stesse condizioni ambientali, gli stessi strumenti di governo o le stesse risorse.
C’è però una relazione.
Pressione
A San Martín de los Andes la trasformazione nasce da una pressione.
Un territorio attrattivo cresce. Crescono la popolazione, la domanda abitativa, i servizi necessari e il consumo potenziale di suolo.
La questione diventa allora decidere come accogliere quella crescita senza compromettere le condizioni che rendono il luogo attrattivo.
Qui progettare significa anche scegliere.
Dove crescere.
Dove densificare.
E dove, invece, non costruire.
Esistente
A Guápulo il punto di partenza è diverso.
Il quartiere c’è già.
Ci sono case, percorsi, uno spazio pubblico, acqua, rifiuti, energia e soprattutto persone che quel luogo lo abitano.
La trasformazione non richiede di sostituire tutto questo con qualcosa di nuovo. Richiede di riconoscere relazioni che esistono già e provare a migliorarle.
Qui progettare significa ricucire.
Non aggiungere necessariamente un nuovo pezzo di città, ma aumentare la qualità di quello esistente.
Limite
A Leh, infine, la condizione iniziale è ancora un’altra.
Il limite.
L’acqua è disponibile in quantità e tempi che il progetto non può semplicemente ignorare.
Gli ice stupa provano a spostarne la disponibilità nel tempo. Il recupero del T-Trench prova a riportare dentro la città una risorsa e un’infrastruttura già presenti.
Qui progettare significa adattarsi.
Non perché il territorio debba determinare ogni scelta, ma perché alcune sue condizioni non possono essere cancellate dal progetto.
CRESCERE · RICUCIRE · ADATTARSI
Tre verbi.
Ma soprattutto tre modi diversi di partire.
San Martín parte da una pressione.
Guápulo parte dall’esistente.
Leh parte da un limite.
E tutti e tre, per strade molto diverse, spostano l’attenzione dalla soluzione alla condizione iniziale.
È forse questa la relazione più interessante.
Spesso il racconto dell’innovazione territoriale comincia da ciò che viene realizzato: un edificio, un’infrastruttura, una tecnologia, un piano.
Guardare questi tre casi insieme suggerisce di cominciare qualche passo prima.
Che cosa c’è già?
Che cosa sta cambiando?
Quali risorse sono disponibili?
Quali pressioni sta sopportando il territorio?
Quali limiti non possiamo fingere che non esistano?
Solo dopo arriva la domanda su cosa fare.
Ed è una differenza meno banale di quanto sembri.
Perché significa passare da un territorio considerato come supporto del progetto a un territorio considerato come parte del progetto.

Non tre risposte. Tre domande.
San Martín non dice a un’altra città di montagna come deve crescere.
Guápulo non fornisce una ricetta universale per rigenerare un quartiere.
Leh non suggerisce che un ice stupa o una sorgente recuperata siano la risposta ai problemi idrici di altri territori.
Se li trasformassimo in modelli da importare, perderemmo probabilmente proprio la parte più interessante.
Possiamo invece usarli per spostare le domande.
CRESCERE
Quanto può cambiare un territorio senza consumare ciò che ne sostiene l’attrattività?
RICUCIRE
Quanto della trasformazione che cerchiamo può cominciare da ciò che esiste già?
ADATTARSI
Che cosa accade quando riconosciamo un limite prima di progettare la soluzione?
Non danno una risposta comune.
Costruiscono uno spazio comune nel quale interrogarsi.
Ed è lì che vogliamo stare.
ALTROVE
Guardare fuori non serve necessariamente a trovare qualcosa da portare a casa.
A volte serve a vedere meglio ciò che abbiamo davanti.
Non per cercare modelli da replicare.
Per fare domande migliori.
THE JOURNAL / ALTROVE #01
ABITARE, NATURA E TRASFORMAZIONE
Tre luoghi molto diversi tra loro. Tre modi di confrontarsi con la crescita, la ricucitura urbana e l’adattamento alle risorse disponibili. Non modelli da replicare, ma casi da mettere in relazione.
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