Una conversazione con Giuseppe Barbiero
Che cosa cambia quando riconosciamo che la Natura non è uno sfondo, ma una delle condizioni del nostro vivere? Con Giuseppe Barbiero, biologo, docente e studioso della biofilia all’Università della Valle d’Aosta, attraversiamo il rapporto tra benessere, luoghi, progetto e mondo vivente, fino a una domanda più radicale: che cosa significa prendersene cura?
Ci sono luoghi nei quali la presenza della Natura sembra essere stata prevista soltanto dopo aver deciso tutto il resto.
Una piazza interamente pavimentata, interrotta da pochi alberi. Una scuola dove il verde si osserva da una finestra. Un luogo di lavoro illuminato per ore dalla luce artificiale. Un quartiere nel quale incontrare un albero significa raggiungere deliberatamente un parco.
Non sono necessariamente luoghi ostili. Spesso sono ordinati, efficienti, progettati con attenzione. Sono i luoghi ordinari nei quali viviamo.
Eppure proprio questa normalità pone una domanda: quanto spazio abbiamo lasciato al vivente negli ambienti che abbiamo costruito per noi stessi?
Negli ultimi anni una parte crescente della ricerca ha cominciato a osservare questa domanda anche dal punto di vista del nostro benessere. Luce naturale, vegetazione, possibilità di vedere il cielo, presenza dell’acqua, accesso a spazi verdi: caratteristiche apparentemente semplici possono contribuire al recupero dello stress, alla rigenerazione dell’attenzione e alla qualità della nostra esperienza quotidiana.
Ma fermarsi qui rischia di raccontare soltanto metà della storia.
Perché continuare a domandarci che cosa la Natura possa fare per noi significa mantenere, anche quando le intenzioni sono migliori, l’essere umano al centro della relazione. Che cosa accade, invece, se smettiamo di considerare la Natura come un servizio, una risorsa o una compensazione e torniamo a riconoscerci come parte del mondo vivente?
È in questo spazio che la biofilia assume un significato diverso.
Giuseppe Barbiero la descrive come una predisposizione biologica, costruita lungo la nostra storia evoluzionistica, a prestare attenzione alle altre forme di vita e, in determinate condizioni, a stabilire con esse legami affettivi.
Se è così, la questione non riguarda semplicemente la quantità di verde che introduciamo nei nostri ambienti. Riguarda il modo stesso in cui immaginiamo scuole, ospedali, luoghi di lavoro, spazi pubblici e città. E riguarda anche chi può accedere quotidianamente alla Natura e chi ne rimane escluso.
Possiamo progettare luoghi che non si limitino a ospitare il vivente, ma rendano possibile una relazione con esso?
È una delle domande da cui prende forma Orizzonte Biofilo, il percorso di ricerca e confronto sviluppato nell’ambito di The First Thursday® · Mutamenti Urbani. Non una rassegna sulla Natura come tema separato, ma uno spazio nel quale ricerca scientifica, progetto, istituzioni e comunità possano interrogare insieme il rapporto tra persone, luoghi e mondo vivente, con Giuseppe Barbiero nel ruolo di coordinatore scientifico.
È anche la riflessione al centro del suo nuovo libro, scritto con Daniel Tarozzi: L’istinto della cura. Dieci lezioni di biologia per comprendere la crisi ecologica e risvegliare la biofilia.
Il volume, pubblicato da Edizioni Junior il 21 ottobre 2026, guarda alla crisi ecologica attraverso la storia della vita. Alle lezioni di Barbiero si intrecciano le riflessioni di Tarozzi, che riportano quelle conoscenze nel presente e nelle esperienze che già stanno prendendo forma nei territori.
Il titolo contiene già la direzione della nostra conversazione.
Non basta mettere una pianta in una stanza
Negli ultimi anni la parola biofilia è uscita progressivamente dal solo territorio della ricerca scientifica. È entrata nell’architettura, nel design, nella comunicazione delle città, nei discorsi sul benessere.
È una diffusione interessante. Ma quando una parola comincia a funzionare molto bene, corre anche il rischio di significare sempre meno.
Barbiero parte proprio da qui.
«Il rischio maggiore è che la biofilia venga ridotta a una preferenza estetica, al piacere di circondarsi di piante o di frequentare ambienti naturali. Sono esperienze importanti, ma la biofilia è qualcosa di più profondo. È una predisposizione biologica, plasmata dalla nostra storia evoluzionistica, a prestare attenzione alle altre forme di vita e, in determinate condizioni, a sviluppare con esse legami affettivi.
Questa distinzione è fondamentale. La biofilia non coincide con l’amore per la Natura, ma rappresenta il potenziale biologico da cui questo amore può nascere. Come ogni predisposizione, ha bisogno di esperienze, relazioni e condizioni favorevoli per svilupparsi. Non basta mettere una pianta in una stanza per diventare biofili, così come non basta trascorrere una giornata in un bosco per sviluppare una coscienza ecologica.
La crescente popolarità del termine è comunque un segnale positivo. Significa che cominciamo a riconoscere quanto la relazione con la Natura sia importante per il nostro benessere. Ma il passaggio decisivo è un altro: comprendere che non siamo semplicemente beneficiari dei servizi che la Natura ci offre. Siamo parte della trama della vita e, proprio perché capaci di riconoscerla e di stabilire legami affettivi con gli altri viventi, possiamo imparare a prendercene cura.»
È già qui, in realtà, il filo che accompagnerà tutta la conversazione.
Non basta che la Natura ci sia. Conta la relazione che siamo in grado di costruire con essa.
E se quella predisposizione appartiene alla nostra storia biologica, allora conta anche dove trascorriamo la nostra vita.
Il luogo non è uno sfondo neutro
Viviamo, lavoriamo, studiamo, ci curiamo prevalentemente in ambienti costruiti.
È talmente normale che quasi non ci facciamo più caso.
Eppure il nostro organismo ha una storia molto più lunga di quella degli edifici nei quali lo abbiamo portato a vivere.
«Trascorriamo gran parte della nostra vita in ambienti costruiti e spesso dimentichiamo che il nostro organismo si è evoluto per centinaia di migliaia di anni in relazione con la Natura. Il luogo in cui viviamo, lavoriamo o studiamo non è uno sfondo neutro: influenza continuamente il nostro stato psicofisico.
La ricerca in psicologia ambientale ha mostrato che il contatto con elementi naturali può favorire il recupero dallo stress e dalla fatica mentale, migliorare l’attenzione e contribuire al benessere psicologico. Non occorre necessariamente immergersi in una foresta. Anche una finestra affacciata sul verde, la luce naturale, la presenza di vegetazione o la possibilità di accedere facilmente a uno spazio verde possono fare la differenza.
Da queste conoscenze nasce il Biophilic Design, un approccio alla progettazione che cerca di rendere gli ambienti costruiti più coerenti con le nostre esigenze biologiche. Non significa semplicemente aggiungere piante agli edifici, ma ripensare il rapporto tra architettura, persone e Natura.
La questione è particolarmente importante per scuole, ospedali e luoghi di lavoro. Se la qualità dell’ambiente contribuisce al nostro benessere, progettare spazi biofili non è un lusso estetico, ma una forma concreta di prevenzione e di cura.»
Qui compare il Biophilic Design. E compare anche un equivoco possibile: pensare che basti rendere più verde un edificio per renderlo biofilo.
Ma una pianta può essere presente senza che cambi davvero la relazione tra chi abita uno spazio e il mondo vivente.
Che cosa distingue allora un luogo biofilo da un luogo semplicemente decorato con elementi naturali?
«La presenza di alberi e piante è certamente importante, ma non basta a rendere biofilo un ambiente. La biofilia, come abbiamo visto, è una predisposizione biologica a stabilire legami con il mondo vivente. Un luogo può dirsi biofilo nella misura in cui offre alle persone occasioni concrete per esprimere questa predisposizione.
Il Biophilic Design cerca di tradurre questa conoscenza in criteri progettuali. La vegetazione è soltanto uno degli elementi possibili. Contano anche la luce naturale, le qualità sensoriali degli ambienti, la possibilità di osservare i cambiamenti delle stagioni, il rapporto con l’acqua, la varietà degli spazi e le condizioni che favoriscono sicurezza, esplorazione e scoperta.
Ma c’è un aspetto ancora più importante. Un ambiente biofilo non dovrebbe limitarsi a evocare la Natura: dovrebbe consentire alle persone di farne esperienza. Una scuola con un giardino accessibile, dove i bambini possano osservare, esplorare e prendersi cura di altri organismi, offre opportunità molto diverse da un edificio nel quale il verde svolge una funzione puramente decorativa.
La sfida scientifica consiste nel comprendere quali caratteristiche ambientali siano realmente efficaci, in quali condizioni e con quali benefici. Perché il Biophilic Design non diventi semplicemente uno stile architettonico, ma un modo di progettare fondato sulla conoscenza della nostra relazione biologica con la Natura.»
L’esempio della scuola rende molto concreta la differenza.
Un giardino che si guarda e un giardino nel quale un bambino può entrare, osservare, scoprire e prendersi cura di un organismo possono avere lo stesso colore su una planimetria. Ma non offrono la stessa esperienza.
E a quel punto la questione non riguarda più soltanto il benessere.
Dal benessere al progetto
Se l’ambiente nel quale viviamo non è neutro, anche le decisioni attraverso le quali quell’ambiente viene costruito smettono di esserlo.
Barbiero allarga così il campo dagli edifici a chi li progetta, li amministra e li abita.
«Dovrebbe cambiare innanzitutto il modo in cui concepiamo gli spazi costruiti. Per molto tempo abbiamo progettato città e edifici privilegiando soprattutto criteri funzionali, economici e tecnologici, spesso trascurando le esigenze biologiche delle persone che li abitano. La biofilia ci invita a riconsiderare queste priorità.
Per gli architetti significa progettare ambienti che favoriscano la relazione con la Natura fin dalle prime fasi del progetto, anziché introdurre elementi naturali come complemento decorativo. Per le amministrazioni significa riconoscere che l’accesso alla Natura è una componente importante della salute pubblica e della qualità della vita. Per le comunità significa partecipare attivamente alla cura degli spazi condivisi.
C’è poi una questione di equità. Le opportunità di contatto con la Natura sono distribuite in modo diseguale. Non tutti possono permettersi una casa affacciata su un parco o una scuola circondata dal verde. Una progettazione autenticamente biofila dovrebbe contribuire a ridurre queste disuguaglianze.
In definitiva, si tratta di riconoscere che la qualità ecologica degli ambienti e il benessere delle persone non sono obiettivi separati. Prendersi cura dei luoghi che abitiamo significa creare le condizioni perché anche le persone possano stare meglio e sviluppare una relazione più consapevole con il mondo vivente.»
C’è una parola, dentro questa risposta, che cambia la scala del discorso: equità.
Perché possiamo scegliere di avere più piante in casa. Possiamo cercare un parco. Possiamo trascorrere più tempo all’aperto. Ma non tutti possiamo scegliere una scuola circondata dal verde, una casa affacciata su un parco, un luogo di lavoro capace di mantenere una relazione con l’esterno.
Una parte della nostra relazione quotidiana con la Natura dipende quindi da decisioni che sono collettive.
E c’è un altro limite da superare.
Potremmo progettare luoghi migliori continuando, in fondo, a ragionare nello stesso modo: più Natura perché riduce lo stress; più verde perché migliora l’attenzione; spazi biofili perché ci fanno stare meglio.
Sono ragioni importanti.
Dalla biofilia alla cura
È qui che entra la parola che dà il titolo anche al nuovo libro di Barbiero e Tarozzi: cura.
Non come sinonimo di biofilia. E neppure come sua conseguenza inevitabile.
«La biofilia e la cura sono profondamente legate, ma non coincidono. La biofilia è una predisposizione biologica a rivolgere attenzione agli altri esseri viventi e a stabilire con essi legami affettivi. La cura è una delle possibilità che possono maturare da questi legami. Non è una conseguenza automatica: richiede esperienza, consapevolezza e responsabilità.
Per molto tempo ci siamo domandati soprattutto che cosa la Natura potesse fare per noi: ridurre lo stress, rigenerare l’attenzione, migliorare la salute. Sono domande legittime, alle quali la ricerca scientifica ha fornito risposte importanti. Ma la relazione con la Natura non può essere soltanto un rapporto dal quale ricavare benefici.
In L’istinto della cura proviamo a rovesciare la prospettiva. La biologia ci mostra che la vita è possibile grazie a una trama straordinaria di relazioni e interdipendenze. Anche noi apparteniamo a questa trama. Prendercene cura significa riconoscere che il nostro benessere dipende dalla vitalità degli ecosistemi di cui siamo parte.
Il passaggio decisivo avviene quando smettiamo di considerare la Natura soltanto come una risorsa per il nostro benessere e cominciamo a riconoscerla come una comunità di viventi alla quale apparteniamo e verso la quale abbiamo delle responsabilità.»
Qui il titolo del libro acquista un significato molto preciso.
La cura non è un sentimento aggiunto alla biologia. È una possibilità che nasce dal riconoscimento di una dipendenza reciproca: il nostro benessere non esiste fuori dalla vitalità degli ecosistemi di cui facciamo parte.
E cambia anche il modo in cui possiamo guardare una città.
Un albero non è soltanto qualcosa che rende una piazza più gradevole. Un giardino scolastico non è soltanto uno strumento per migliorare l’attenzione dei bambini. La Natura non è una dotazione da aggiungere ai luoghi perché gli esseri umani funzionino meglio.
La domanda diventa molto semplice:
La conversazione
Giuseppe Barbiero
Biologo e docente dell’Università della Valle d’Aosta. Coordinatore scientifico di Orizzonte Biofilo.
Quando l’anomalia sarà una scuola senza Natura
Dieci anni non sono molti nella vita di una città.
Un edificio progettato oggi sarà ancora lì. Un quartiere trasformato oggi continuerà a determinare una parte delle giornate di chi lo abita.
Abbiamo allora chiesto a Barbiero di guardare avanti: non verso una città ideale, ma verso qualcosa che tra dieci anni vorrebbe poter considerare normale.
«Vorrei che tra dieci anni non fosse più necessario spiegare perché la Natura debba essere presente nei luoghi in cui viviamo. Che una scuola senza accesso a spazi naturali, un ospedale senza possibilità di vedere il cielo o un quartiere privo di alberi fossero considerati anomalie progettuali, non situazioni ordinarie.
Immagino città in cui la Natura non sia confinata nei parchi, ma attraversi il tessuto urbano, entrando nelle scuole, nei luoghi di lavoro, negli ospedali e nelle abitazioni. Spazi capaci di offrire esperienze quotidiane di contatto con il mondo vivente, accessibili a tutti e non soltanto a chi può permettersele.
Ma il cambiamento che auspico è anche culturale. Vorrei che bambini e adulti potessero sviluppare una familiarità con gli altri esseri viventi, imparando a riconoscerne i bisogni, i ritmi e la vulnerabilità. Perché la relazione con la Natura non dovrebbe esaurirsi nel beneficio che ne ricaviamo, ma diventare anche un’occasione per esercitare attenzione e responsabilità.
In fondo, il risultato più importante sarebbe questo: abitare luoghi nei quali prenderci cura della Natura diventasse parte della nostra vita quotidiana. Non soltanto progettare ambienti che ci facciano stare meglio, ma creare le condizioni per vivere meglio insieme agli altri esseri viventi.»
Orizzonte Biofilo: aprire un campo di ricerca
Forse è proprio da quell’ultima immagine – vivere meglio insieme agli altri esseri viventi – che vale la pena partire.
Perché le questioni attraversate da Barbiero non appartengono a una sola disciplina. Riguardano la ricerca scientifica e l’architettura, ma anche le decisioni pubbliche, la scuola, la salute, le comunità e il modo in cui ciascuno di noi fa esperienza dei luoghi.
È dentro questo spazio che nasce Orizzonte Biofilo.
Il percorso si sviluppa nell’ambito di The First Thursday® · Mutamenti Urbani, proseguendo la ricerca sulle trasformazioni territoriali avviata negli ultimi anni e introducendo una domanda nuova: che cosa cambia quando la relazione tra persone, Natura e luoghi entra davvero nel progetto?
Orizzonte Biofilo proverà a lavorare su questa domanda tra il 2026 e il 2027 mettendo in relazione ricerca scientifica, architettura e progetto, istituzioni, imprese e comunità, attraverso un percorso interdisciplinare e intergenerazionale.
Non per arrivare rapidamente a una formula. Ma per osservare esperienze, confrontare competenze, mettere alla prova conoscenze e capire quali conseguenze concrete questa prospettiva possa avere sui luoghi che abitiamo.
Il primo passo sarà pubblico.
Il 5 novembre 2026, all’Università della Valle d’Aosta, Orizzonte Biofilo prenderà forma attraverso persone, esperienze e progetti che già stanno lavorando su alcuni di questi temi.
Non sarà il punto di arrivo.
Sarà l’inizio della ricerca.

